Corrispondenze.

2 Apr

Sono un’italiana antiquata: mi piace scrivere lettere. Principalmente mi rilassa. Apporvi decorazioni, ancora di più. In Inghilterra la tradizione è ancora utilizzata, vi sono negozi che vendono solo biglietti, per dire qualsiasi cosa – that’s nice. La dimensione in cui si abbinano parole ad immagini per comunicare è così gentile. Credo che anche nei Paesi del Nord Europa sia ancora viva la necessità di scambiarsi interesse reciproco via carta e francobolli, o comunque per via telematica tramite e-mail. Qualche volta penso di essere nata nel posto sbagliato.

Perché sono qui.

6 Gen

Scrivo perché mi aiuta a riflettere meglio su me stessa.
Perché devo comunicare in qualche modo quel che ho dentro ed è il modo in cui fino ad ora sono riuscita a risolvere questa mia necessità con più soddisfazione. Segue una serie di argomentazioni più approfondite.

Uno. Le persone potranno leggermi in differita, quando non sono presente e il loro giudizio mi arriverà con un filtro. Il segno grafico è lo scudo dietro al quale mi proteggo – tutti abbiamo un po’ timore di ciò che penseranno di noi, non ditemi che esiste qualcuno che è completamente indifferente alla propria immagine esteriore. Mi vedo da dentro, da fuori mi esperisco solo attraverso lo specchio o per riflesso negli occhi degli altri. L’immagine interna che ho di me è uguale a quella esterna?
Ecco: scrivendo vi mostro quel che sono, ma osservatemi con discrezione, quando non sono presente. Una forma di codardia che mi permette comunque di soddisfare il mio lato egocentrico.

Due. Scrivere è impostare una macchina del tempo. In futuro avrò la possibilità di rileggere ciò che ho scritto, per sapere cosa ero in un determinato momento della mia vita, ed evitare di dimenticarlo. Ho un rapporto un po’ particolare con la memoria – ricordo facilmente un sacco di cose del passato, ma sono terrorizzata dall’idea di poterle dimenticare e sapere che sono fissate da qualche parte mi permette di stare più tranquilla o di recuperare sensazioni che potrei aver lasciato sbiadire nel processo della crescita, perché sono convinta che tutta l’esperienza accumulata possa essermi utile – non so se questo derivi da una mentalità aristotelica o da giocatrice di videogames. Per inciso: ho riletto cose scritte nel 2011 e avevo le stesse smanie e mi facevo le stesse domande che mi faccio ora, e non l’avrei mai detto. Wow, non cambio mai.

Tre. I pensieri che ho in testa sono spesso aggrovigliati in un ingorgo che fa pulsare le mie meningi in maniera tanto inopportuna da distrarmi da ciò che dovrei fare – allora occorre che mi fermi e districhi le mie sensazioni in parole scritte.
Ritrarre i miei pensieri in inchiostro mi aiuta ad allenarmi in qualcosa molto diverso dalla mia natura, che prevederebbe di emulare Alessandro Magno nel recidere il nodo di Gordio senza perder tempo, con un netto colpo di spada – extinct by instinct since 333 a.C. Credo di poter buttarmi senza paracadute e costruirmelo in volo mentre sto cadendo – la mia percentuale di successo è stata finora abbastanza alta da farmi cadere in piedi, o almeno così mi dicono le persone a cui racconto le cose – ma!
Ma, a volte, è bene fermarsi a riflettere prima di agire – questo ti porterà onore e gloria – e il modo più affine a me stessa che ho per concedermi un tempo di analisi è, dopo anni di addestramento, scrivendo.

Quattro. In fondo faccio penitenza di autocelebrazione – sono convinta che quanto ho da dire possa essere utile a qualcun altro. Magari riprovare le stesse emozioni che ho provato io è d’aiuto. Sono un po’ espressionista nell’animo – concedetemi una dedizione verso uno stile di scrittura piuttosto che un altro. E credo di saperlo fare con leggerezza tale da rendere la mia scrittura, e la mia esperienza, interessante per gli altri. Questo accade se decido di scrivere non una pagina di diario ma qualcos’altro (un racconto, un articolo, un testo teatrale o qualsiasi altra cosa che non riguardi soltanto me stessa).

Ecco, ho finito. Credo.
In soldoni, scrivere è una necessità, ma ancor prima, il piacere di mostrare me stessa, di mettermi in gioco per quel che sono, di comunicare raggiungendo in potenza il maggior numero di persone possibili, in qualunque momento.

Split up

6 Nov

(lasciarsi)

Per me prendere le decisioni è come avere un secchio pieno d’acqua e tirargli un calcio forte, fortissimo: per scagliarlo il più lontano possibile. L’effetto che voglio ottenere è un volo a lunga gittata, un’inelegante parabola che vada a rovesciare il contenuto del secchio a elevata distanza da me. Così da non vedere il latte versato e piangere il meno possibile per il vuoto che avrò creato.

Poi cammino in direzione casuale, per apprezzare il piacere di avere nuovo spazio per muovere le gambe.

Vacillo: è come imparare una seconda volta a camminare. E a sentire tutta una serie di emozioni sopite. È entusiasmante. Non ci sono effetti collaterali (a parte un po’ di sonno perduto).

E poi, quando meno me lo aspetto, nel mio girovagare incosciente, scivolo. È passato un po’ di tempo e potrebbe non essere quanto ho rovesciato io: ma è una bugia. Bastano un paio di occhiali che spiccano in un’aula piena di persone a far emergere la parte di me consapevole della difficoltà di tutto quello che sto affrontando.

Nulla è semplice. Ho molti strascichi, fra cui combattere la convinzione che si è sedimentata sulla mia personalità di non essere mai abbastanza, che prendeva a pugni la rigidezza e pretesa di perfezione da me stessa che ho sempre avuto. Per me, che sono incapace di fare una cosa senza crederci, sentirmi ripetere di non starlo facendo davvero, o comunque di non dimostrarlo esternamente, erano sentenze pesanti come macigni, ogni volta.

Ora voglio recuperare tutto il tempo perduto, ed è come se nel mio animo si fosse aperta una porta da cui è uscito Giacomo e che un attimo dopo è stata investita da un ingorgo di emozioni e cose da fare che si ammassano e brulicano e spintonano per entrare e diventare parte di me. Non mi sto concedendo un attimo di pausa (infatti non riesco a leggere o guardare qualcosa che mi piace).

Ho qualche consapevolezza in più su cosa possa piacermi o meno fare da grande, e un sentore di essere incapace che continua a sollevare la testa e che vorrei schiacciare con un martello. E mi sembra di non avere tempo (ho da quando i miei amici hanno iniziato ad evolvere la sensazione di essere in ritardo sulla crescita. Forse sono solo impaziente). Come se non ci fosse più la possibilità di fare con calma. Non ho bisogno di caffé o altri stimolanti perché sono già piena di adrenalina per conto mio. Che poi è un peccato, perché vorrei dedicare più tempo ad altre cose. Alla cura di me. A stringere legami con le persone nuove. A recuperare rapporti passati. È come se il tempo si fosse compresso, maledizione: nel momento in cui ho il potere di fare tutto, devo canalizzare le energie in una direzione obbligata.

Memorie dei bombardamenti (Antonio Paci)

31 Ago

L’estate del ’44 fu la più calda di tutto il secolo

Il fascismo ci costringeva a idiozie collettive, come il premilitare. Il Sabato sera, invece di poter andare al cinematografo, l’ultimo anno del licevo, eri costretto alle adunate in piazza dei Cavalieri: tutti in riga per le esercitazioni, un du tr, avanti marsh! La cosa più inutile del mondo. Un mattino ci riunirono in un’adunanza per le otto, doveva venire un pezzo grosso del Fascismo – non il vicesecondo ma insomma, uno importante. Tre ore lì in piedi per questo qui che arrivò a mezzogiorno. Ci saluta ed esclama “Cittadini!” e noi tutti in coro: “Buongioooooooorno!”
Un giorno eravamo lì, in gruppetto, e si stava raccontando una barzelletta: e mentre la racconto arriva un ufficiale. Un coetaneo ma, essendo graduato, per lui noi eravamo la plebe. Io risposi malissimo, mi fece rapporto: ma la cosa finì lì. Non è che succedesse niente: il terrore non ci tangeva, eravamo ventidue ragazzi del liceo classico, la cosa avrebbe avuto la sua risonanza. E poi bastaca presentarsi alle solite adunate.

Fu ad una di queste che annunciarono il discorso di Mussolini alla nazione: “L’ora fatale scocca nel cielo della nostra patria”. L’unico pensiero che ebbi non fu la guerra, ma che le cose sarebbero cambiate e non mi sarei più potuto laureare quando mi spettava, a Giugno del ’44. Inizialmente non mi chiamarono alle armi, per un paio d’anni mi lasciarono in pace.

Io e Marcello andammo dai professori che non volevano fare lezione, e li costringemmo a riaprirla per noi. Il giorno dopo ci interrogarono subito, e lì, naturalmente, fu scena morta. Il pomeriggio andammo a casa e studio, studio, studio, per andare in aula il giorno dopo. Ci fecero le domande su altri argomenti: scena muta ripetuta. Ma noi volevamo laurearci quando ci sarebbe spettato, nel Giugno del ’44. Vennero anche altre persone: alla fine eravamo quindici – chi non poteva studiare perchè espulso, chi chiamato alle armi. Quando i professori facevano domande, indicavano sempre noi due. Clinica chirurgica era un esame difficilissimo. E come avremmo fatto a superarlo? “Ascolta” dissi a Marcello “Noi prendiamo 30 a tutti gli esami, 30 e lode a ostetricia e 28 a clinica chirurgica.” Poi andammo a fare l’esame. Domanda, risposta. Domanda, risposta. Alla fine uscimmo. Il professore ci dette 30, e all’altro disse “Visto quei due? Non sono stato io a fare l’esame a loro, ma loro l’hanno fatto a me”.

Avevo in testa che dovevo studiare. Passavano gli aerei: pian piano la gente si stava sfollando, ma io rimanevo a Pisa, in Borgo Largo. I miei erano andati a stare a Ripafratta, da un nostro amico. A casa era rimasta una begonia sul davanzale della finestra. Studiavo insieme a Marcello, che tutti i giorni prendeva il treno all’una per tornare a casa perché abitava in campagna.
Un Sabato decidemmo di iniziare a studiare da soli. Il Mercoledì successivo bombardarono la città, a tappeto. Colpirono la stazione: le persone si rifugiarono nei sottopassaggi tra i binari, si ruppe una tubatura e i sottopassaggi si allagarono. Noi non eravamo alla stazione quel giorno, perché quel Mercoledì avevamo deciso di studiare per conto nostro.

Nel secondo bombardamento colpirono via Case Dipinte, dietro largo Ciro Menotti. Marcello venne a dirmi “Vieni via, non importa studiare, perché se continua così non ti puoi laureare”.

Vennero altri bombardamenti, ma io continuavo a rimanere a Pisa a studiare. Quando sentivo i battimenti, UUUH!, il suono che fanno gli aerei, in avvicinamento, uscivo di casa, prendevo la bicicletta e fuggivo, verso Porta a Lucca. Quando i battimenti erano passati, ritornavo a casa con la mia bicicletta. E se il rumore tornava di nuovo, scappavo una seconda volta. I bombardamenti li ho presi tutti: tornavo a studiare. Ne ho contati trentasei, ma sui giornale fu scritto che erano trenta in tutto. Forse mi sono sbagliato io. Il bombardamento del 19 Gennaio fu terribile: venne di notte.

Poi fecero un casino terribile per far saltare i ponti. Quando lanciarono le prime due bombe io ero su ponte di Mezzo con un amico. C’era un tedesco che riparava la bicicletta. E c’erano aerei che giravano un po’ per aria e non si capiva cosa volessero. A un certo punto UUUUH! Le bombe, e via a scappare per via Rigattieri. Quando girai in via Palestro correvo, ma le bombe cadevano lì intorno. E nessuna paura, mai. Un po’ il carattere: anche se avevo dolori forti, non mi preoccupavo mai troppo del dolore fisico. Io abitavo a cinquanta metri da ponte di Mezzo. Comunque, l’unico ponte che colpirono fu uno poco più in là di ponte della Fortezza. Finirono col farli saltare più tardi, minandoli.

Alla fine mi convinsi ad andare a stare in campagna, ma tornavo spesso a Pisa a studiare.

Un giorno stavo andando in bicicletta verso Ripafratta. Ero lungo via San Iacopo, allora bianca, grande e sterrata. Un po’ sognavo, quando cominciai a sentire gli aerei. Erano le pattuglie di ricognizione prima dei bombardieri veri e propri. Non c’era nessuno, forse volavano per divertimento. Mi rintanai in un fosso, nell’acqua puzzolente, e rimasi nascosto. Gli aerei pensavano non ci fosse nessuno, e iniziarono ad usare le mitragliatrici per spianare la strada. Non mi colpirono: fui fortunato. Di mitragliamenti se ne vedevano tanti. A San Giuliano, quando andai a stare da Marcello, c’era un carro ferroviario fuori dalla stazione. Era apparentemente innocuo: arrivarono gli americani e se la pigliarono con quello. Sembrava che gli aerei si mettessero a sedere e poi TING! I proiettili cascavano, colpivano, rimbalzavano. Forse per divertimento, forse avevano ricevuto una segnalazione: Pisa era un nodo ferroviario importante.

C’è voluto il dopoguerra per ridurla in secondo piano.

Questo racconto è stato ascoltato da me nel Febbraio 2009. Sono memorie del Prof. Antonio Paci, che è stato per molti anni primario della Pediatria dell’Ospedale universitario S. Chiara di Pisa.

Oggi è il 31 Agosto 2015, sono passati 72 anni dal bombardamento a tappeto che gli Alleati fecero su Pisa, che fu il primo ma non l’ultimo, fino al giorno in cui la città fu liberata, nel 2 Settembre del 1944.

*foto del Comune di Pisa

Ipocrisie.

20 Mag

L’anno scorso di questi tempi la comunità di Internet era molto offesa dal Brasile, perché per organizzare i Mondiali di calcio ha speso molti soldi che avrebbe potuto usare per servizi e migliorie alla vita della popolazione, e come se non bastasse ha inflitto molti soprusi alle classi più povere, espellendole dalle vie principali per nasconderle all’opinione pubblica internazionale, picchiando alla cieca e sparando loro.
E ora? Perché ricercando reportage sulle condizioni del Brasile post-mundial non ne trovo? L’incubo non è finito, semplicemente non fa notizia… ma se l’anno scorso sembrava che i due terzi della popolazione dei Paesi ricchi non dormisse la notte, com’è che a quest’ora non c’è sveglio nessuno?

Pensate che la vita in Brasile sia migliorata? 
Risposta pronta del primo frescone: eh, ora che i mondiali sono finiti, non gli stiamo più dando né credibilità né sostegno immeritato, sia esso stato di tipo economico (soldi per costruire gli stadi) o morale (fiducia che siano in grado di organizzare un evento sportivo bello)! Quindi è più ok.

Ah, certo, perché il problema è risolto ora che ce ne siamo andati, no?

Ma certo! Fare la guerra al problema boicottando l’evento e non guardando le partite ci ha reso persone migliori, e così la prossima volta ad ascolti calati la FIFA avrebbe scelto un altro Paese!
Ma – sveglia – le risorse impiegate male da parte del governo e la gente che muore di fame, cari miei, restano. Che vi piaccia o no. Se aveste avuto veramente a cuore la sorte dei diseredati del mondo penso che avreste adottato un comportamento diverso. Non dico che ne dobbiate continuare a parlare alacremente e tutti giorni come facevate prima, condividendo 10 notizie al giorno sul sangue versato dentro la Coppa del Mondo – ma, ai miei occhi, questo atteggiamento è parso più un attaccamento morboso e temporaneo alle notizie di tragedie che non una lucida consapevolezza dell’esistenza di un problema.

Estremizzando la critica, potrei arrivare a credere che ciò che ha dato più fastidio alle persone non sia stata la decisione delle FIFA di appoggiare indirettamente la politica brasiliana (o di un Paese random dove ampia parte della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà con pochi diritti garantiti) ma il fatto che, in virtù dell’evento, la realtà di questo Paese ci sia stata sbattuta in faccia. Non era più un posto così remoto, ma un luogo reale in cui si può effettivamente andare e, se non stiamo attenti a dove mettiamo i piedi, ci facciamo complici dei danni. E allora no, non ci andiamo in Brasile, così possiamo chiudere gli occhi.

Ma voglio dare fiducia all’umanità, e guardare la cosa da un altro punto di vista.
I più pigri di noi si sarebbero davvero interessati alle condizioni di vita in Brasile, se non ci fossero stati i mondiali? Per esempio, qualcuno pensa mai agli abitanti di Bolivia, Colombia, Argentina, Cile, Ecuador?
Se non fosse partita la Federazione, seguita da turisti, tifosi e giornalisti, a farci vedere effettivamente la vita in Brasile, probabilmente molti non si sarebbero mai preoccupati per quella terra. Magari qualcuno ha iniziato a riflettere su questi temi solo perché i mondiali di calcio fanno notizia e, pur senza condividere opinioni riottose su Internet, è diventato una persona cosciente e un po’ più attenta alle questioni sociali – perché solo quando veniamo colpiti nello stomaco ci preoccupiamo delle cose. Se mandare i calciatori in Brasile è servito a far accendere momentaneamente i riflettori su un problema, forse non dobbiamo considerarlo un evento così negativo, né voi che ritenete una vergogna essere andati in Brasile, né io che sono stata molto scettica nei confronti dell’indignazione generale. Forse qualcuno ora è più consapevole dei mali del mondo, e apprezza un po’ di più ciò che ha, o fa una buona azione, per quanto piccola, per contribuire leggermente a migliorare il mondo – che non è un cattivo traguardo. Allora propongo di cambiare politica e organizzare gli eventi solo nei luoghi disagiati, così ce ne preoccupiamo un po’ di più tutti quanti, rinvigorendo le nostre coscienze.

Tra l’altro, ancor prima di formularla, la mia proposta è vidimata. Le Olimpiadi 2016 sono in Brasile: fra meno di un anno tutti i bambini brasiliani vedranno riconoscersi una seconda volta il diritto a 15 minuti di notorietà. Che si preparino le macchine fotografiche: cheese!

Fin qui tutto bene.

11 Apr

Girato a Pisa, con studenti pisani. Secondo me è universale un po’ per tutti gli atenei di italia, Pisa è solo un pretesto
ma, da studentessa pisana, non ho potuto fare a meno di immedesimarmi nel Cioni quando dice, agli amici che sa che partiranno a breve finita l’università, lasciandolo tornare dai suoi:

Te lo dio io cosa succederà, tra sei mesi, la notte, sarò a casa dei miei gonfio di cecina e vi sognerò tutti da lontano che mi salutate con la mano, ciao, ciao, mi si imploderà il cuore!

E’ stato un presagio di quello che succederà a me, oh come lo so, ora.

Metrò, ligne 2

23 Mar

A Parigi, per andare da Victor Hugo a Alexandre Dumas bisogna passare da Rome, Belleville e il Père Lachaise.
Dall’uno all’altro occorre attraversare il patrimonio comune della civiltà occidentale, il quartiere dove spero sempre, passeggiando, di poter incontrare Daniel Pennac, e camminare per la terra nei cui solchi dormono artisti e poeti di varie epoche.

Ceci est l’esprit de Paris: de l’art, de livres.
Questo è lo spirito di Parigi: arte, letteratura.

A Parigi, questo viaggio letterario si può fare con la linea 2 della metropolitana, ai cui antipodi stanno le fermate Hugo e Dumas, ambedue subito prima del capolinea.

La metropolitana può essere alienante e affollata: fa perdere il piacere di camminare osservando le città con gli occhi giusti.
Credo che il problema stia in chi guarda, non in cosa: si può provare altrettanto piacere nell’attraversare i tunnel che inghiottono persone nei sotterranei metropolitani, si può dare vita a infinite storie solo leggendo i nomi delle fermate.
Se poi vogliamo parlare degli avventori…