Archivio | febbraio, 2012

Rondini

20 Feb
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende
che pigola sempre più piano.

Guarda!
Guarda cosa?
Giovanni le stava indicando un punto preciso fra i rami, ma Maria non sembrava rendersene conto. Continuava a voltare la testa, senza capire cosa ci fosse tanto da osservare.
Quello, un nido di piccettini che cinguettano, l’hai visto?
Lei aguzzò gli occhi e scosse la testa.
Oh, per Diana, quanta cecità te e quanta pazienza io. – le si mise alle spalle, e le sollevò il braccio – Dove punta il tuo dito. Lo vedi?
Aaah, sì! Dei passerotti.
Potrebbe darsi, io voglio pensare che siano rondinotti.
Eh, ora. Ha parlato l’ornitologo. Perché proprio rondini e non pettirossi? E’ buio, non si vede, smettila di fare il saccente.
Ma ascoltali, ascoltali come pinguettano.
E allora?
Stanno garrendo, è chiaramente il verso del garrito quello: sono rondini.
Ah, che udito sopraffino.
Trovi? – ora si era messo accanto a lei, le aveva passato un braccio intorno alle spalle. – Ci sento benissimo, io. E lo sai.
Non è vero – disse Maria, e fece per scansarsi. – Quando ti dico che sei stupido fai il sordo e fingi di non sentire.
Lalalallalalalalà – canticchiò un attimo – non è vero, non è vero.
Sei così infantile.
Ah, continui! Guarda che al ritorno sei tu che pedali e io che mi metto a sedere sulla canna, se continui a prenderti gioco di me.
Ma non so portare io… Poi è buio, non ci vedo. Tu invece…
Io cosa?
Se è buio ci senti benissimo, ti sai orientare.
Ah, è comodo adesso!
Giovanni sorrise, ma nell’ombra che era calata lei non poteva vederlo. Rimasero in silenzio per un po’. Maria si strinse le braccia intorno al corpo, poi proferì:
Grazie di avermi portato qui. Si sta bene adesso, non è caldo come in paese.
Adesso hai freddo, vero? – la guardò, poi aprì lo zaino che aveva messo a terra accanto alla bicicletta, quando erano arrivati. – Allora è il momento di prendere questa, giusto? – Stese la coperta con uno scricciolio di terra, rametti e foglie sotto di sè, e vi si sedette sopra, invitando anche lei a farlo. – Vieni dai, c’è calduccio per tutti e due.
Maria si sedette, e si strinsero sotto la coperta. Giovanni sentiva la pelle nuda delle braccia di lei contro le sue. – Avresti dovuto portare una felpa, che sciocca. Non sai che scende molto la temperatura nel bosco la sera? Si chiama – Escursione termica.
Spiritoso – sospirò lei, poi continuò – no, comunque no… non ero mai venuta nel bosco prima.
E le stelle cadenti come facevi a guardarle?
In città non si vedono. Bisogna andare troppo lontano per vederle, fuori e fuori e fuori, lontano dalle luci, ma insomma. Ci vuole troppo tempo che finché arrivi quelle che dovevano cadere sono già cadute tutte, e non c’è gusto.

 

 

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Tante noci di cocco splendide.

17 Feb

Non ho la pelle bellissima, ma se mi mettessi il fondotinta e il fard e la cipria anche il mio viso brillerebbe senza ritegno, alla facciaccia vostra. E invece non mi va, voglio essere libera di respirare.

Non sono più abituata al suono del computer acceso, la ventola che gira mi fa sembrare di essere seduta sull’aereo accanto alla turbina – oh, interessante: adesso so anche come funziona quella turbina, a livello ideale, ma diciamo che ne so un po’ più di prima. Anche se ho visto un disegno bellissimo: era lo schizzo di un aereo, e poi c’era scritto “Come funziona”. L’aereo era circondato da frecce, che andavano dalla punta alla coda. Alcune si infilavano nelle turbine, alcune giravano intorno agli alettoni. Su alcune c’era scritto “Air” e su altre “Magic” o “Some more magic”. Sarebbe molto più divertente se funzionasse davvero così.
Non ricordo se ho già teorizzato su questo blog l’idea che voto a favore del sistema politico oligarchico, se mi è possibile: la ristretta classe egemone è istruita ed è la sola che ha il segreto del sapere, sa come funziona il mondo e da quali leggi matematiche e razionali è governato, ed io sto fra la plebe, a pensare che in verità tutto funzioni per magia, non mi interessa. Le macchine si muovono, devo nutrirle con la benzina? Bene, lo farò. Poi perché la benzina si trasformi in fumo inquinante e la macchina si sposti, be’, è chiaro segno di magia. Io mi rimetto volentieri nelle mani dei sacerdoti.

Vengo interrotta quando scrivo, e dopo come faccio a continuare?

Ho perso il filo di quel che avrei dovuto dire.

Dovrei cercare uno sfondo per il corpo di scrittura sul grigino: se lo fosse, potrei colorare quel che scrivo, invece no, mi serve troppo tempo per trovarne una, fra le offerte WordPress, che mi piaccia, e con tutte le mie esigenze. Ecco, voglio che lo sappiate: non posso decidere autonomamente la grafica di questo sito, ma usare solo i template preimpostati (d’accordo, ve ne sono mille e mila, ma non mi va…) non poter agire sui colori mi fa sentire impotente.

Oggi ho comprato delle penne di Topolino, e – udite udite! – sono tutte blu. Anche se fuori erano nere. Di solito questo non succede mai, ne sono piacevolmente compiaciuta.

E poi ho comprato anche un appendino a forma di leone che salta, così potevo finalmente riavvolgere i fili disastrosi della mia vita e appenderli a un chiodo – ok, l’ho fatto solo con la prolunga che ho nella stanza. ma diciamo che come primo tentativo di mettere in ordine la confusione momentanea che ho in testa non è andata male.

Ci sono cose che mi piacciono e mi affascinano: ad esempio, ascoltare un architetto newyorkese che parla, in inglese e per più di un’ora di un parco rimesso a nuovo, fra il quartiere nero, greco, portoricano e quello super-ricco della Grande Mela – e capire tutto, senza sottotitoli. E pensare che qualcuno è venuto dall’altra parte del mondo per chiacchierare . L’immenso modo in cui si sono ridotte le distanze mi ispira più di qualunque altra cosa: io vado a piedi ovunque, è comodo abitare in un luogo dove tutto è a portata di passo, ma forse c’è qualcosa oltre. E qualcuno dirà che c’è un modo migliore.

 

Io cucisco.

13 Feb

Che forse è anche sbagliato in italiano, ma che importa? Mi rilassa, mi fa diventare in pace con il mondo.

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Un assaggio.

4 Feb

James guardò la scodella con naso ritorto. Era la sua ultima possibilità. O il boccone o il giro di chiglia. “Mangia, per tutti mari!” Avvicinò la bocca al piatto, una ciotola di metallo irregolare. La zuppa aveva preso il sapore di quel recipiente scrostato. E puzzava per di più. Ma non era il momento di fare gli schizzinosi. Senza turarsi il naso, bevve il primo sorso. Il sapore amaro che gli esplose in bocca gli fece sentire lo schiocco sordo della frusta che lo aveva colpito quella mattina. Muffa rancida, gli avevano dato. E doveva star zitto. “E’ solo l’ultimo assaggio, poi non dovrò passare altri guai” si disse fra sè, per convincersi a berne ancora.

“Questo giovanotto l’ha fatta grossa. Dovremmo tirarlo in mare senza pensarci”
“Ho in mente di meglio. Così ci divertiremo”
James aveva passato la notte legato all’albero, ad ascoltare quello che il Capitano ed il Quartiermastro avevano da decidere sulla sua sorte. Frustate – ma a quello i due mesi passati sulla nave lo avevano già abituato. E poi giro di chiglia – ecco, quello sarebbe stato più doloroso, trascinato per i piedi a schiena nuda lungo tutto il ponte. Aveva visto come ne era uscito Ed, a quel punto meglio i pesci. Oppure, sì, il grog del Cuoco di mare! Ahahah, il grog! Perfetto!
Il grog?
Non era un punizione il grog.
Tutti i pirati volevano bere grog.
James rimase a interrogarsi fino all’alba, su come il grog potesse essere una buona punizione.

– . – . – . – . –

Il Professore sprofondò comodamente nella poltrona. Il campanello era già suonato, ma lui avrebbe fatto aspettare il ragazzo. L’attesa rendere più tesi e sensibili, Erik sarebbe stato più impaziente, e di questo il Professore ne avrebbe giovato. Al terzo squillo si alzò, e andò ad aprire, in un fruscìo della sua veste di seta.
Erik tamburellava con le dita sul braccio. Non si sentiva mai a suo agio a fare le consegne al Professore, eppure quando ogni settimana arrivava il pacco, non riusciva a tirarsi indietro quando lo assegnavano a lui. Quel periodo incontro lo rendeva da un lato curioso, da un lato sospettoso. Nessuno sapeva cosa contenessero quegli involucri così pesanti e regolari, eppure dalla carta così sottile. Quando il Professore aprì la porta squadrò il giovane da capo a piedi. Erik era di figura sottile, la barba ancora non spuntava sul suo mento. “Dov’è il pacco?”
“I io l’ho lasciciato nel furgone, Professore. Volevo assicurarmi foste in casa”
“Bravo, questo mi piace. Ora va’ a prenderlo”
Erik si girò, consapevole che gli occhi del Professore lo avrebbero seguito fino al furgone, esaminandolo sottilmente, lungo le spalle, fino alle cosce. Poteva sentirne il peso, come di dita invisibili che percorressero il suo corpo, sempre più in giù e in fondo. D’un tratto si accorse che stava sudando, ma era davvero così lungo il viale? Quando si girò per tornare indietro, pacco bene in vista, si rese conto che il Professore lo stava fissando con fare compiaciuto. Era di fisico prestante, il Professore, nonostante l’età. Erik ne era irrimediabilmente attratto. Quando arrivò al portone, invece di prendere il pacco il Professore gli serrò il polso, era riuscito a prendere l’unico lembo di pelle fuggitivo, fra il guanto e la manica della giacca. Così, senza alcuna barriera fra di loro, il contatto diretto lo fece sussultare. Era stato davvero abile.
“Avanti, vieni dentro” e la porta si richiuse alle loro spalle.

– . – . – . – . –

“E ora?”
“Ora siamo solo io e te”
“Non è vero.”
“Perché?”
“Lassù, c’è una capinera, guarda!”
Eva indicò in alto. Lui le prese il dito e lo baciò.
“Sei scemo?”
Lui rise e stette in silenzio. “Scusa.”
“Lo sai che non posso. Sono fidanzata.”
“Allora perché ti sei fatta portare fin qui, da sola?”
“In paese faceva troppo caldo, qui invece senti che bel venticello”
“Ah, opportunista, al ritorno tu pedali e io sto sulla canna: me lo devi”
“Non si può”
“E perché?”
“Perché io non la so usare, ecco”
Lui ride, lei no. “Guarda che è vero”
“E perché?”
“Perché no”.