La persistenza della memoria

11 Ott

Ma la porta, la porta per entrare era più grande, siamo sicuri che la casa sia la stessa? L’ingresso è dopo la prima rampa di scale, è questo, la porta è mimetizzata con il dipinto sulla parete, come se fossero tanti mattoncini disegnati, disegnati anche sopra la porta. Quello era l’ingresso dello sgabuzzino, la porta fantasma, eppure l’ingresso è questo, ne sono sicura. Apro la porta e ci sono tre gradini. Devo abbassarmi, è stretto e non riesco a passare. Come farà Giacomo che è alto quasi due metri… soffoco già io. Entro ed è tutto luminoso, è tutto cambiato, i muri sono stati abbattuti. A destra ci sono due letti matrimoniali, e la stanza a metà diventa il bagno, hanno abbattuto la parete, c’è rimasto mezzo muretto di piastrelle in ceramica smaltata, è lilla e blu, dove una volta iniziava la vasca. A sinistra c’è una porta che sbuca per metà dal pavimento, è bianca e in legno, sembra una persiana e ci sono i ringraziamenti a determinate persone. Guarda un po’, ci sono anche io fra i primi. Eppure pensavo che la padrona di casa si fosse dimenticata di me, e invece è lì, come se non fosse cambiato niente. Fra i ringraziamenti c’è anche Giulia Zanaboni, che è una mia compagna di corso – la prima ragazza che ho conosciuto all’università, ma poi non siamo rimaste attaccate come all’inizio. Perché c’è lei fra gli amici permanenti di Annick (la padrona di casa)? E perché io sono nella seconda classe di persone ringraziate – cioè quelle che appartenevano al passato? C’è anche Leonardo Magursi, coi capelli corti corti, su un letto – accidenti, la casa è piena di letti. Due matrimoniali da una parte, una piazza e mezzo dietro di me. La porta-persiana bianca inizia a scorrere verso il basso, come se fosse una basculante di un garage. Andiamo verso il soggiorno. Ora non c’è più l’atrio di ingresso che separa dal salone, è tutto aperto, entra un sacco di luce. Dal balcone si vede il mare, come se il palazzo fosse sulla costa. Era al centro della piazza, si vedeva il parcheggio, e ora com’è possibile che è così avanti? L’Arno era lontano, non si dovrebbe vedere così bene, poi non si vede più quel panorama, ma torna il parcheggio. Annick si avvicina e mi dice “Vedi, il terrazzo era pericolante, ricordi? Ora tutto il palazzo è instabile, infatti ondeggia” Accidenti, ruota davvero, come un cono. E’ inquietante. Cado, cado dal terrazzo e dalla finestra, fuori è buio, non c’è più il sole. Precipito. In mezzo alla piazza non c’è più il parcheggio, ma pietra chiara sull’arancione e un prato e ci sono le palme. Sono sdraiata e ci sono due ragazzi bellissimi. E’ come se fossi stata drogata, non capisco. Uno dei due con gli occhi azzurri inizia a corteggiarmi, mi chiede se sto bene. Gli chiedo di dimostrarmi che non sto sognando, perché è come se fossi ancora sotto l’effetto di qualche stupefacente. Mi abbraccia da dietro, siamo seduti a terra. Poi sono un posto arredato con mobili di legno, della stessa tonalità della pietra che c’era nella piazza. Sono sdraiata su dei divanetti cuscino, parlo con Sonia e le sue amiche. Sonia mi chiede se mi ricordo di quando eravamo insieme alle medie, c’è anche Irene che è una mia compagna di corso, e sembra essere un’amica di vecchia data di Sonia.

 

Non capisco, in realtà a casa di Annick c’erano molte porte da aprire, avrei continuato a sognare per sapere com’era cambiata la casa, ma non posso farci niente. E’ un labirinto inesplorato.

Non capisco come vecchie amicizie possano essersi mescolate alle nuove, non ha senso.

Credo di avere un problema di nostaglia nietzschiana – il poveretto non era uno psicologo ma un filosofo, ma qualcosa aveva capito della mente umana, potremmo andare incontro a problemi coi ricordi. Dovremmo stare più attenti a non farci coinvolgere troppo.

Devo smetterla di pretendere che le vecchie amicizie assomiglino alle nuove, non hanno niente a che fare. Il sogno lo sa, e si stranisce se provo a metterle accanto. La sveglia dovrebbe impararlo.

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