How to love him.

29 Nov

Premetto che io mi diverto tantissimo a passare i controlli dell’aeroporto, mi sembra di partecipare ad una prova dove devi dimostrare di essere all’altezza di ogni sfida. Quindi il disagio iniziale ivi descritto è solo strumentale al mio racconto

Gli aeroporti non ci piacciono di solito. Sono posti popolati da un gran numero di persone, eppure così impersonali. E’ un luogo per il trasporto delle persone, ma veniamo scansionati come fossimo anche noi valigie. Valigie che portano valigie, e dobbiamo dimostrare di essere idonei. Facciamo quello che ci dicono protocolli e schermi lampeggianti, non possiamo rimanere fermi troppo a lungo, non guardiamo in faccia nessuno.
Se poi vogliamo parlare degli aeroporti inglesi, la situazione peggiora: aggiungete uno steward che sbraita non appena mettete il piede di mezzo centimetro fuori dal tracciato previsto e ci siamo. Guardie che controllano con monocoli da orefice la veridicità del vostro dovumento di identità. La qualità delle valigie che rappresentiamo si abbassa.

E poi, a un certo punto, Stansted. Stansted e non ci sentiamo più persi. Uno spazio completamente aperto, tutto piano terra, con un tetto quasi inesistente. Piloni a quattro braccia, come persone che alzano le mani al cielo per salutarti, come alberi imponenti che creano un paravento di fronde, per proteggerci, senza soffocarci, facendo filtrare la luce del sole.
Uno dei problemi degli edifici è l’illuminazione diretta: è un’esigenza del passato, che oggi crediamo di dover mettere da parte, perché abbiamo la tecnologia. Non è una buona scusa per sprecare tutta quella energia inutilmente.”

E di notte, in mezzo a questa foresta – non selva! Badate bene! – ci sono delle torrette per il check-in, disseminate in un’enorme piazza, e i viaggiatori del mattino successivo dormono appoggiati a queste. Ci sono dei bambini sdraiati sotto le torrette, i cappotti appesivi sopra, e noi seduti a terra come se giocassimo alla famiglia, e la torre fosse la nostra casetta. Oh, ci siamo trasformati in bambini che improvvisano; il tetto a padiglioni quadrati sembra l’interno di una tenda – e chi non ha mai giocato agli indiani, a costruirsi un rifugio? Le valigie si sono aperte e ne siamo usciti bambini. Ed è bastato alleggerire la copertura e inserire tutti gli impianti all’interno di un pilone, e ripetere su una superficie spropositata.

L’architettura di Foster è un’architettura felice, che crede di poter dare forma al Gran Disordine, eppure consapevole di quanto illusoria questa direzione possa essere.
Un luogo privato in un luogo affollato
un po’ di luce in una giornata cupa.
La qualità dell’ambiente è la qualità alla vita, nei luoghi di lavoro, a casa e negli spazi pubblici.
L’architettura è generata dalle necessità spirituali e materiali delle persone.
Riuscite a cogliere l’ironia? La poetica dell’opera di Foster è data dalla prosa degli elementi strutturali. La tecnologia è direttamente collegata alla poesia. In greco Tekné significa Arte.

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Una Risposta to “How to love him.”

  1. Tenori Billy novembre 29, 2012 a 16:03 #

    Io purtroppo non ho mai avuto la cassetta degli Aristogatti ç___ç La pretendo!

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