Archive | marzo, 2013

Urania

25 Mar

Ho dei problemi con la fantascienza.
Non solo non riesco a smettere di leggerla o infognarmi in essa secondo la forma in cui essa si presenta, ma oltre a darmi dipendenza mi trasmette inquietudine, anche se di genere semicomico.

Mitologia, infanzia, popolazioni antiche.
Fantascienza, adulti, mondo moderno.
Forse l’analogia la vedo nel fatto che sia gli dei che gli alieni abitano nel cielo, oltre l’atmosfera.

Tutto perché ho comprato un Urania. C’erano le bancarelle in Banchi – scusate il gioco di parole – pioveva ed erano appena finiti i fuochi d’artificio, che ho visto dalle spallette dell’Arno, tantissime persone di là dal fiume, solo noi dall’altra parte, perché avevano chiuso il ponte di Mezzo. Mai visto che si stava così larghi. Il libro so chiama Time Lords . Signori del tempo . Non potevo non comprarlo.
Sono a metà.

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Tu mi turbi

14 Mar

Forse ero più tranquilla quando piangevo tutti i giorni e inventavo un motivo insulso sul perché avevo pianto dato che non mi andava di dire la vera ragione. Sostituire il reale movente delle lacrime serviva a sminuirlo, davanti a qualcos’altro che, di pura fantasia, non poteva farmi male.

Ultimo giorno di un condannato

8 Mar

Non c’è nessuno che mi senta, o che mi veda. Sono trasparente fra sbarre di cristallo. Non so come altri fare per comunicare la mia presenza se non emettendo suoni striduli – sono quelli che credete di aver avvertito, e poi non riuscite a capire da dove vengono.

C’è un motivo per cui sono diventato così inconsistente: è stata la mia mancanza di parola, quando mi hanno portato in catene davanti alla regina, e avrei potuto dirle che non ero stato io a far passare le informazioni alle spie, come avrei potuto, io così pusillanime e inconcludente parlare? Non sono in grado di proferire alcunché, non so stare in piedi a difendermi per qualcosa di cui sono innocente, figuratevi fare una soffiata e tramare alle spalle del regno.

Apro la porta della casa e c’è un coniglio, ma non è del tutto tale: le zampe sono rachitiche, in pelle rugosa, senza pelliccia. Sono le zampe di una gallina, che in un attimo crescono e lo fanno diventare alto quanto un airone. Questo aspetto ha il mio carnefice. Immaginate tutto questo, mentre io credevo che mi avrebbero portato davanti al Consiglio Reale per essere giudicato, e invece mi hanno scortato dal peggior trasformista e mago, uno stregone che si diverte a mutare forma per disorientare i prigionieri e renderli incapaci di dimostrare il contrario della loro colpevolezza. Non solo accusato e innocente, e pavido non in grado di difendersi, ma anche confuso dalle magie del giudice inquisitore dal quale mi avevano portato.

Ecco, così sono morto. Mi hanno condannato al beverone: quell’acido così forte e misfattoso che, una volta ingurgitato, mi ha piano piano reso trasparente, svuotando di colore la mia esistenza. E così sono rimasto, etereo nella mia prigione che non si vede – mi ci avevano sistemato prima, così che una volta scomparso sarebbero comunque stati in grado di tenermi in trappola, anziché darmi la possibilità di dileguarmi invisibile.

Un’ altra proprietà del liquido è quella di allungare la vita. Oh, loro non lo sanno, e mentre lo mandiamo giù almeno di una cosa rimaniamo consapevoli: siamo noi che l’abbiamo data a bere a loro, la verità intendo: noi rimarremo sempre vivi, per quanto colpevoli.
L’ultimo giorno di un condannato a morte dura per l’eternità.

Siamo nella mente delle persone, nell’ultimo gradino che crediamo di avere incontrato salendo una scala, nei luoghi dove mettiamo le cose credendo di aver avuto una trovata geniale e poi non riusciamo più a trovare, nella sensazione di cadere verso il basso quando siamo sdraiati nel letto un attimo prima di addormentarci, è il nostro grido vuoto e silenzioso: siamo innocenti, eravamo innocenti eppure siamo rinchiusi a scontare le pene di qualcun altro, e rimaniamo immortali nella coscienza sopita dell’umanità.

Le poesie brutte

8 Mar

Questa (non) sono io.

E’ un vecchio cimelio, è autoreferenziale,
ma qualcuno capirà.

L’ha scritta un mio buon amico molto tempo fa,
Sono come sono anche a causa di questo.

Nell’anima del cuore la magia del mare
scintilla l’amore della tua anima di vento
e la preziosa amicizia che sa cantare
come un diamante del sorriso dei bambini
risplende come il sole dell’estate
della spensieratezza di noi giovani
e i vecchi, così saggi, e le storie
di una vita che è come un viaggio
prezioso verso l’anima nascosta di una luna
che però è un sole del fiume della vita.

Il nazista nel chiusino

2 Mar

Ora voi immaginate mia nonna che mi racconta, a colazione, diversi avvenimenti del suo passato. Nonna è del ’33, e si ricorda la guerra. A pranzo mette litri di olio ovunque perché vederne poco le ricorda la miseria del tempo: “Non avevamo la chiave per chiudere la porta, lasciavamo aperto. Oh, non perché all’epoca non ci fossero ladri, o perché le città fossero state più sicure! Ma eravamo sette figli, e non avevamo niente. Cosa avrebbero dovuto rubare?

Ogni tanto racconta una storia nuova (non sempre – ma è comunque un piacere da ascoltare). Il racconto che segue è riferito testualmente, ma tradotto, anche se in dialetto sarebbe stato molto più divertente.

C’era una volta il fascismo. I tedeschi nazisti, che erano fascisti anche loro, si tiravano e vantavano nei bar italiani. Erano impostati e camminavano dritti dritti, come quella tedesca che c’è ora e che si vede in tivù, la capa, anche lei cammina tutta rigida ed è terribile. E poi c’era questo tedesco, era titolato e prendeva in giro gli italiani, si sentiva bello, anche se non lo era. I militari americani quelli sì, quando arrivarono erano belli, e poi regalavano la cioccolata e poi dicevano “Alò, cingom?” E i bambini gli correvano tutti dietro. Io no, mi vergognavo, ma mio fratello Nzino e Angelino sì – Angelino di più, era più faccia tosta. Ma questo succedeva dopo. Prima vennero i tedeschi, dopo se ne andarono con gli americani, che cacciarono i fascisti.

Questo tedesco fascista che ti dicevo poi, più era brutto più si vantava. Diceva di essere migliore, al bar, sai quello che c’è vicino alla porta del paese, la conosci, no? Ecco, lui andava lì, ed era antipatico.
Ah, ma un giorno ha smesso.

L’hanno trovato, una mattina, l’avevano infilato in piedi nel chiusino proprio davanti a quel bar. Dicevano che ci era caduto la notte prima, perché era ubriaco. Pensavano che si fosse addormentato lì dentro.
Il nazista che dormiva nel chiusino.

Ah, ma non rideva più, eh!
L’avevano ammazzato.

Mia nonna ride “‘ntu culo alli tedeschi!