Archive | aprile, 2014

Coriolanus

10 Apr

Quando avevo 15 anni, al corso di scrittura, arrivò F. con degli incipit e poi aggiunse “Bene, questo è William Shakespeare. Scordatevi lontanissimamente di arrivare mai un giorno a scrivere come lui”.

Ho visto un’altra ripresa cinematografica di una delle sue opere, registrata al teatro di Donmar, giusto dietro Covent Garden a Londra.
Il luogo era un vecchio deposito di banane da cui hanno ricavato uno spazio scenico. E’ un quadrato perfetto, a livello zero, senza palco, con sedie per spettatori su tre lati. Gli attori recitano a 50 centimetri dalle persone. Siamo al cinema, e prima che inizi la telecamera fa una carrellata sul pubblico – così, giusto per farti rosicare perché te sei a Pisa e loro sono lì dal vivo. Ringrazio di non abitare a Londra altrimenti farei la morta di fame per andare a teatro tutti i giorni.

L’idea è quella di celebrare i 50 anni del National Theatre di Londra, riportando in scena i classici, e poi distribuirli anche all’estero – in sala, per un giorno solo, senza rilasciare alcuna edizione in DVD, per ricreare l’idea dell’effimero, del tempo reale che è il teatro.
In letteratura, per descrivere il tratto di un libro in cui il tempo della narrazione coincide con quello della realtà si dice “scena”.
Toni Servillo dice che una delle poche cose che ci sono rimaste per fare esperienze in cui condividiamo collettivamente un’unica realtà, in cui viviamo insieme, è il teatro. E’ un modo di dire “Ehi, sono vivo, guardami adesso!”

Tom Hiddleston as Caius Martius Coriolanus
Hadley Fraser as Aufidius
Mark Gatiss as Menenius
Brigitte Hort Sorensen as Virgilia

L’opera che abbiamo visto è Coriolanus.
La scenografia è molto scarna, un muro tinto di rosso nella parte inferiore, e dei graffiti sopra che esprimono il malcontento del popolo – le scritte sui muri esistono da quando è nata la scrittura, molte incisioni sono arrivate fino a noi da Pompei. Roma non è ancora grande ma una città guerriera in un’Italia pericolosa e da conquistare. Caius Martius solo, durante un assedio, entra a Corioli e la conquista. Lo fanno console, da allora lo chiamano “Coriolanus” ma è solo un nome: rimane un esponente dell’aristocrazia e un soldato, e non accetta l’ipocrisia della politica. La tragedia umana cresce, fino a culminare. Ammetto che mentre ero dentro al cinema, il respiro ha iniziato ad impazzare, a tagliarsi corto, a strozzarsi. Ad un certo punto non so se respiravo più. Ho pensato “Spero che finisca”.
C’era tutta l’indole e la tragedia dell’animo umano sulle spalle di un solo personaggio.
Quando è terminato avevo il cuore a mille.
Una volta leggevo come a salire sul palco il battito del cuore degli attori aumenti: in quel momento in cui si provano emozioni più vivide, l’aumentare della frequenza cardiaca è la testimonianza che stiamo vivendo davvero. Allora dobbiamo cercare di andare in scena il più possibile, e sfruttare quell’energia.

Certo, essere in un cinema non è la stessa cosa che essere a teatro, ma il dramma è riuscito lo stesso a entrarmi dentro: tutta la storia mi si è proiettata addosso, da spettatrice, prominente in avanti, sulla punta della poltroncina, i gomiti piantati nella ginocchia, le mani che reggono il volto, sentirmi viva e partecipe senza stare effettivamente agendo, è un’esperienza straordinaria. Sentirsi coinvolti a tal punto: what a piece of work is this! E un cinema così silenzioso, non credo per via della necessità di seguire i sottotitoli, ma per l’impossibilità durante tale momento di evitare di sentirsi completamente assorbiti da ciò che stava accadendo sullo schermo. Solo due altre volte mi è successa una cosa simile: guardando Hamlet (altra esperienza analoga a questa) e guardando Cesare deve morire dei fratelli Taviani, che hanno ripreso le prove generali di (indovinate un po’!) Giulio Cesare del già citato William Shakespeare, messo in scena dai carcerati di Rebibbia, nel quale la finzione si mescola effettivamente alle reali vite e dialoghi dei detenuti.

E alla fine, tutta l’emozione provata ti abbraccia e ti lascia andare, si esaurisce e se devi descrivere cosa ti sia successo, l’unica cosa che riesci a dire è “Bello.”
Sì, bello. E poi?
Bello, bellissimo. Liberare tutte le emozioni, provare effettivamente la condizione di situazioni di pericolo, osservare l’animo umano che evolve e si muove davanti a noi, come in uno specchio: è la sfilata della nostra identità, il teatro è nato in Grecia con lo scopo educativo di metterci davanti a come siamo fatti, più di 2000 anni fa – 400 anni or sono Shakespeare ci vedeva così – e se oggi continuiamo ad osservarci, il teatro non ha cambiato funzione, e continuiamo a riconoscerci. Molto la civiltà è cambiata, ma essere umani no. Tali siamo e tali saremo.

Non ci sono davvero altre parole da aggiungere. Ho fatto una faticaccia a scrivere tutto questo e, forse, non ce ne era nemmeno bisogno. Ma in qualche modo, comunque, sentivo di doverlo comunicare, e guardate quante parole ci sono volute, quando per riassumerle ne basta una semplice e sola.

“Com’è stato?”
“Bello.”

Firenze (lo sai)

1 Apr

Queneau nel cuore della notte, quando poco tempo prima stavo pensando a I fiori blu che non posso leggere perché è lontano dalla casa in cui vivo, e poi l’amico che abita ancora più lontano ne scrive un pezzo e aggiunge che se me lo avesse citato sarei andata in brodo di giuggiole.

Andare al corso di teatro e sentirsi dire dall’insegnante che “Agnese è una scrittrice”.

Mercoledì sono andata a Firenze. La porta del Paradiso del Battistero l’ha fatta Lorenzo Ghiberti. Fecero un concorso, e partecipò anche Brunelleschi, ma aveva fatto una formella troppo innovativa, e non vinse. La porta è miniata in bronzo dorato, Ghiberti era un orafo, non poteva che eccellere. Mi è sempre stata un po’ antipatica come storia. Alla fine Brunelleschi era l’incompreso.
Al museo dell’Opera del Duomo di Firenze è stata esposta la porta. E’ sotto una scatola di vetro e acciaio e aria controllata pressurizzata perché non si rovini. Dopo l’alluvionel del ’66 è stata restaurata, sdraiata su un tavolo per 25 anni prima di avere una collocazione, si era fessurata. Quando è stata trasportata nel museo, 6000 kg di portone e imbracature per tenerla in piedi, su carrelli, gru, una vetrata enorme in bicletta, il vetro in pezzo unico per migliori ermetismi, la porta è stata innalzata e sistemata. Stando in piedi, funzionando come una bandiera, nella posizione per la quale era stata disegnata, le fessure si sono richiuse e la porta è ora intatta. Perché è la sua naturale vocazione, ergersi sulle persone. Ho pianto ascoltandone la storia, probabilmente anche guardandola. Ghiberti ha fatto un lavoro bellissimo, meritava di vincere (le foto sui libri non le rendono giustizia).

In quel museo c’è anche una Pietà di Michelangelo. Non ho bisogno di argomentare perché bisogna vedere le opere di un artista che riconosco come valida argomentazione all’esistenza di una divinità, o comunque di un Bello superiore.
Morale della favola: andatelo a vedere, questo museo, ma aspettate Ottobre 2015 che inaugurano la parte nuova.