Tentativo nr. 1

19 Giu

Voglio scrivere una storia.

Capitolo 0.

Uno, due, tre, quattro, cinque.
Rotea.
Afferra.
Riprendi.
Jean aveva le mani velocissime, era un ottimo attore nel far volteggiare le stelle di gommapiuma gialle come giocoliere. Le aveva prese dalla culla di Emma, e lei non aveva protestato. Facevano parte del suo cielo di carta. Doveva tenere le tende chiuse, perché non vedessero i suoi giocattoli.
“È fatto divieto a uomini e donne, di qualsivoglia età, di fare i saltimbanchi, e acrobazie simili, mettersi in mostra come giovani del circo. Pena: reclusione, espulsione, esilio, prova di carico”. Il termine prova di carico era un’espressione ingegneristica per dire che ti sottoponevano ad una pressa, finché il carico non esauriva la resistenza del tuo corpo. Una cosa un po’ macabra, ma tanto non sopravviveresti abbastanza a lungo per raccontarla. Jean non poteva farne a meno, da quando aveva imparato da bambino cosa se ne potesse fare delle mani. “Una disgrazia, quel pupo che mi hai fatto adottare” diceva la madre da dietro la porta. Jean lo sapeva, e cercava di non farsi vedere dai genitori adottivi. Da nessuno. Solo Emma che non aveva ancora i denti gli regalava i suoi sorrisi quando lo vedeva giocare con i suoi sonaglini.
Per strada passò un Gendarme in bicicletta, con la sua tuta metà porpora e metà blu, il casco con il fanale per illuminare eventuali malfattori, e la sirena accesa sul portapacchi. Era il segnale del coprifuoco.
Jean aspettò che l’effetto Doppler gli portasse il suono della sirena abbastanza lontano, e uscì di casa con le sue palline in tasca.
“Sei pazzo a uscire con quelle nascoste nei pantaloni” lo rimproverò Onda. Onda aveva i capelli bianchi, il viso da ragazzina e il tono autoritario. “Se ti trovano fuori a quest’ora, ti sequestrano. E ti perlustrano ovunque. Se poi hai dei giocattoli…” Non dimostrava l’età che aveva, 35 anni. O forse mentiva sugli anni che sosteneva di aver compiuto di recente. “Come fai a sapere cos’ho in tasca?” “Lo sento. Avverto da come ti muovi che nascondi qualcosa, e conosco il tuo vizio. Devi levartelo. O imparare a simulare meglio” La luce incerta che rischiarava la stanza dello scantinato rifletteva le giuste ombre per dare drammaticità ai gesti di Onda. Jean era seduto, completamente illuminato. Onda gli si avvicinò, posò le braccia sul tavolo, avvicinò il volto al suo naso. Forse troppo vicino. I loro occhi si incrociarono. “Non possiamo rischiare”
“Fammi provare comunque!” “Domani andrai da lei, e non puoi sbagliare. Abbiamo un’occasione sola: devi eliminare la tentazione alla radice.”
Mentre Onda si allontanava, Jean portò istintivamente una mano alla tasca dei pantaloni.
Vuota.
Uno, due, tre, quattro… Onda stava facendo volteggiare le sue stelle. “Le tengo io, per un po’”
Jean tornò a casa senza aggiungere altro: quella notte la madre non trovò il verso di far smettere Emma di piangere, e assonnata nel momento della disperazione della figlia, non capì che tutto quel rossore nel viso della bimba e quell’agitare di piedini rivolti verso l’alto, era perché sentiva la mancanza delle sue stelle.

Arriva un momento in cui provi a scrivere quel che sai, ma non riesci ad arrivare in fondo.

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