Archive | settembre, 2014

Museica

8 Set

Per parlare del nuovo album di CapaRezza, io forse arrivo tardi (ma non mi fermerò).

Backward.

Quando ho ascoltato la prima volta Il secondo secondo me era l’estate del 2003 ed ero in campagna, c’era la tivù accesa nel buio del soggiorno – è una stanza enorme, a doppia altezza con due finestre piccole, una sotto un portico, e quindi quasi sempre poco illuminata. C’era un tizio con i capelli ricci tipo quelli che portava mio fratello all’epoca, che andava in bicicletta con le ruote imbrattate di pittura su una tela per fare un quadro, era un atelier tutto pieno di pennelli e barattoli di vernice. Non era male.

Poi sono andata in terza media, e Sonia – o Ponga, come la chiamavamo allora perché il T9 del Nokia lo scriveva sempre così all’inizio – disse che Fuori dal tunnel era una canzone scema che non voleva dire niente. Alché dissi, solo per il gusto di farlo, e niente più: “Non è vero”. Poi sono andata a casa e l’ho ascoltata seriamente. Effettivamente avevo ragione, involontariamente. C’era molto. E quando hai dodici anni – e tutti qua dentro ti deridono – l’idea che non devi per forza omologarti e trovare divertente quello che fanno gli altri per essere felice, non è un’idea così banale.

Nel giro di un paio di settimane era diventato il mio spirito guida: non importa quel che ti dicono, puoi essere forte! Puoi avere una personalità, alla facciaccia loro.
Nel giro di un paio di settimane ho sperimentato per la prima volta quello che voleva dire “essere una fangirl”, non troppo diversa da quelle che possono essere le Directioners di oggi (e non mi vergogno di dirlo), con l’iscrizione al forum – dove ero la più piccola, e c’erano Kojay, i membri della band e un sacco di persone, tutte più grandi e molto gentili, di nome Caparozzi, che mi hanno adottato – e una cartella sul desktop piena di sue foto.

Forse avevo già iniziato il processo di crescita per risalire la scala sociale dell’inizio dell’adolescenza, dove ero relegata sull’ultimo gradino, ma se ho sviluppato un carattere forte, indubbiamente, è anche stato merito di questo incontro con CapaRezza al momento giusto.

Forward.

Sono passati 11 anni e ho ampliato i miei orizzonti musicali – adesso riesco ad ascoltare altre cose – ma l’idea di un nuovo album di CapaRezza mi rende ancora felice come se avessi di nuovo 13 anni. Il disco è uscito ad Aprile, e non avevo trovato tempo di ascoltarlo prima, perché quando devi riprendere in mano un amore antico non puoi sparartelo nelle orecchie con distrazione, devi trovare il momento giusto, avere la mente libera per godertelo con serenità e la predisposizione giusta.
Lo ammetto, Cover l’avevo già ascoltata, appena uscì il video.
Non me lo posso permettere poco dopo, e mi ha sconvolto la cattiveria che c’era.
Poi c’era un’intervista alla radio, e ho sentito Mica Van Gogh e, per finire,
una mattina, spengo la sveglia ed accendo la radio per continuare impunemente a dormire, quando sento “è tardi! è tardi!” e realizzo che CapaRezza sta chiamandomi per una seconda volta. Non ha avuto lo stesso effetto salvifico della mia adolescenza, ma mi ha risparmiato un ritardo sulle lezioni universitarie.

Quindi non sono completamente vergine all’ascolto di Museica quando mi accingo a farlo partire, e quando realizzo che muSEIca è il sesto album. (Lo sapete cosa c’è di bello? Quando scopri dov’è il trucco in mezzo alle parole dei versi del Capa, ti senti esageratamente intelligente. Anche se è una sciocchezza e ci si poteva arrivare prima. Anche se sembra apparentemente banale, ogni gioco di parole è così perfetto al suo posto che a posteriori ti domandi – come diavolo avrà fatto? Io, per ora, sono giunta ad un’unica conclusione: non solo perché sa un sacco di cose, ma perché sa scrivere. E diamine: che invidia.)

Ci ho messo una settimana ad ascoltare Museica. Io negli anni sono cresciuta. Lui di più. E’ immenso.

Fino a Le dimensioni del mio caos le canzoni avevano una intro leggera, per poi esplodere tutt’a un tratto, insieme alle parole, come un getto d’acqua in pieno volto, che scivolava via per trascinarti verso le rapide di una cascata, una seconda tregua verso la successiva detonazione. Ora è tardi per le pause: non c’è spazio per mettere le distanze fra un’esplosione e l’altra, non è più un campo minato, ma un rogo che brucia incessante, acceso coi fiammiferi de Il sogno eretico e adesso, in Museica, alimentato dal vento.

Ogni canzone è esplosiva fin dall’inizio, è

un treno che viaggia sulla quarantina,
non ho ancora smaltito l’adrenalina,
dovrei essere pacato come De André
sto come il rapper André, a tremila
con la voglia di saltare su tutti i palchi

ed è come se avesse addosso l’argento vivo, dicono che dovrei calmarmi e respirare un po’ di più: non è un’osservazione distratta. Non c’è calma, mai. Un tempo la realtà dei dischi di CapaRezza appariva paradossale: ora è profondamente realistica – ma è la stessa. Ecco la presa di coscienza: il mondo distorto degli occhi ubriachi di Stango e sbronzo rimane distorto anche da sobri. Credo che sia questa consapevolezza a troncare il respiro: se la realtà in dieci anni è rimasta questa, è una situazione intollerabile. C’è bisogno di una prospettiva come negli anni ’60 e la radio che mi canta Yeye yeyé, […] di un nuovo punto di vista. Forse è per questo che non c’è modo di fermarsi, il momento è ora, bisogna agire e fare qualcosa:

è troppo tardi ma non mi fermerò, it’s too late but I won’t stop.

Ascolto tutto il disco, di corsa. Corre così tanto che sono costretta a fermarmi, e riascoltare.

Dicci tu qual è la prospettiva!
Non lo so ragazzi…

Fermarmi e riascoltare: contemplare.

Dicci tu qual è la prospettiva!
Magari fosse facile…

Contemplare, come in un museo.

Dicci tu qual è la prospettiva!
Sono solo un cantante.

Museo, Museica. Ogni canzone è un quadro.

Dicci tu qual è la prospettiva!
Mi lamento e basta!

Non sempre. C’è, la risposta c’è, è in un’intervista dove Capa dice: L’arte è l’antidoto alla violenza.

L’antidoto è in China Town, a metà del disco, nella scaletta del Museica Tour subito dopo Non siete Stato voi.

Buio. Sullo sfondo nero, un candelabro, CapaRezza in tunica nera con un libretto in mano:

[…]
Non siete Stato voi, che i mafiosi li chiamate eroi,
e che il corrotto lo chiamate pio,
e ciascuno di voi, implicato in ogni sorta di reato
fissa il magistrato e poi giura su Dio:
Non sono stato io.

E nessuno salta. Tutti in silenzio. Forse se volessi stringere la mano a chi ti sta accanto la prenderebbe. Una piazza muta. L’aria così pesante.
E ora? Il disco l’ho ascoltato prima del concerto: ci potrebbe essere solo una canzone adatta a continuare…

Arriva un libro, enorme, CapaRezza si ferma, e ne sfoglia le pagine, accanto c’è una grande una penna d’oca

Non è la fede che ha salvato la mia vita, ma l’inchiostro

l’inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi

Sono diretto a China Town

Il luogo non è molto distante,
l’inchiostro scorre al posto del sangue,
basta una penna e rido come fa un clown:
a volte la felicità costa meno di un pound.

DSCN0128

China Town è un’ode al ruolo salvifico dell’inchiostro. E’ una canzone d’amore, da sussurrare. Pensare che non ci siano pause in Museica è un errore: c’è, ed è lunga il viaggio di una canzone intera. Per tirare un sospiro di sollievo prima di continuare, una penna e un foglio bianco sul comodino, mi piace pensare che sia un regalo, poco prima della Canzone a metà: per poter respirare prima di addormentarsi, e riprendere fiato prima di affrontare un tuffo nei flutti tumultuosi del resto dell’album. China Town è la mia nuova canzone preferita.