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Memorie dei bombardamenti (Antonio Paci)

31 Ago

L’estate del ’44 fu la più calda di tutto il secolo

Il fascismo ci costringeva a idiozie collettive, come il premilitare. Il Sabato sera, invece di poter andare al cinematografo, l’ultimo anno del licevo, eri costretto alle adunate in piazza dei Cavalieri: tutti in riga per le esercitazioni, un du tr, avanti marsh! La cosa più inutile del mondo. Un mattino ci riunirono in un’adunanza per le otto, doveva venire un pezzo grosso del Fascismo – non il vicesecondo ma insomma, uno importante. Tre ore lì in piedi per questo qui che arrivò a mezzogiorno. Ci saluta ed esclama “Cittadini!” e noi tutti in coro: “Buongioooooooorno!”
Un giorno eravamo lì, in gruppetto, e si stava raccontando una barzelletta: e mentre la racconto arriva un ufficiale. Un coetaneo ma, essendo graduato, per lui noi eravamo la plebe. Io risposi malissimo, mi fece rapporto: ma la cosa finì lì. Non è che succedesse niente: il terrore non ci tangeva, eravamo ventidue ragazzi del liceo classico, la cosa avrebbe avuto la sua risonanza. E poi bastaca presentarsi alle solite adunate.

Fu ad una di queste che annunciarono il discorso di Mussolini alla nazione: “L’ora fatale scocca nel cielo della nostra patria”. L’unico pensiero che ebbi non fu la guerra, ma che le cose sarebbero cambiate e non mi sarei più potuto laureare quando mi spettava, a Giugno del ’44. Inizialmente non mi chiamarono alle armi, per un paio d’anni mi lasciarono in pace.

Io e Marcello andammo dai professori che non volevano fare lezione, e li costringemmo a riaprirla per noi. Il giorno dopo ci interrogarono subito, e lì, naturalmente, fu scena morta. Il pomeriggio andammo a casa e studio, studio, studio, per andare in aula il giorno dopo. Ci fecero le domande su altri argomenti: scena muta ripetuta. Ma noi volevamo laurearci quando ci sarebbe spettato, nel Giugno del ’44. Vennero anche altre persone: alla fine eravamo quindici – chi non poteva studiare perchè espulso, chi chiamato alle armi. Quando i professori facevano domande, indicavano sempre noi due. Clinica chirurgica era un esame difficilissimo. E come avremmo fatto a superarlo? “Ascolta” dissi a Marcello “Noi prendiamo 30 a tutti gli esami, 30 e lode a ostetricia e 28 a clinica chirurgica.” Poi andammo a fare l’esame. Domanda, risposta. Domanda, risposta. Alla fine uscimmo. Il professore ci dette 30, e all’altro disse “Visto quei due? Non sono stato io a fare l’esame a loro, ma loro l’hanno fatto a me”.

Avevo in testa che dovevo studiare. Passavano gli aerei: pian piano la gente si stava sfollando, ma io rimanevo a Pisa, in Borgo Largo. I miei erano andati a stare a Ripafratta, da un nostro amico. A casa era rimasta una begonia sul davanzale della finestra. Studiavo insieme a Marcello, che tutti i giorni prendeva il treno all’una per tornare a casa perché abitava in campagna.
Un Sabato decidemmo di iniziare a studiare da soli. Il Mercoledì successivo bombardarono la città, a tappeto. Colpirono la stazione: le persone si rifugiarono nei sottopassaggi tra i binari, si ruppe una tubatura e i sottopassaggi si allagarono. Noi non eravamo alla stazione quel giorno, perché quel Mercoledì avevamo deciso di studiare per conto nostro.

Nel secondo bombardamento colpirono via Case Dipinte, dietro largo Ciro Menotti. Marcello venne a dirmi “Vieni via, non importa studiare, perché se continua così non ti puoi laureare”.

Vennero altri bombardamenti, ma io continuavo a rimanere a Pisa a studiare. Quando sentivo i battimenti, UUUH!, il suono che fanno gli aerei, in avvicinamento, uscivo di casa, prendevo la bicicletta e fuggivo, verso Porta a Lucca. Quando i battimenti erano passati, ritornavo a casa con la mia bicicletta. E se il rumore tornava di nuovo, scappavo una seconda volta. I bombardamenti li ho presi tutti: tornavo a studiare. Ne ho contati trentasei, ma sui giornale fu scritto che erano trenta in tutto. Forse mi sono sbagliato io. Il bombardamento del 19 Gennaio fu terribile: venne di notte.

Poi fecero un casino terribile per far saltare i ponti. Quando lanciarono le prime due bombe io ero su ponte di Mezzo con un amico. C’era un tedesco che riparava la bicicletta. E c’erano aerei che giravano un po’ per aria e non si capiva cosa volessero. A un certo punto UUUUH! Le bombe, e via a scappare per via Rigattieri. Quando girai in via Palestro correvo, ma le bombe cadevano lì intorno. E nessuna paura, mai. Un po’ il carattere: anche se avevo dolori forti, non mi preoccupavo mai troppo del dolore fisico. Io abitavo a cinquanta metri da ponte di Mezzo. Comunque, l’unico ponte che colpirono fu uno poco più in là di ponte della Fortezza. Finirono col farli saltare più tardi, minandoli.

Alla fine mi convinsi ad andare a stare in campagna, ma tornavo spesso a Pisa a studiare.

Un giorno stavo andando in bicicletta verso Ripafratta. Ero lungo via San Iacopo, allora bianca, grande e sterrata. Un po’ sognavo, quando cominciai a sentire gli aerei. Erano le pattuglie di ricognizione prima dei bombardieri veri e propri. Non c’era nessuno, forse volavano per divertimento. Mi rintanai in un fosso, nell’acqua puzzolente, e rimasi nascosto. Gli aerei pensavano non ci fosse nessuno, e iniziarono ad usare le mitragliatrici per spianare la strada. Non mi colpirono: fui fortunato. Di mitragliamenti se ne vedevano tanti. A San Giuliano, quando andai a stare da Marcello, c’era un carro ferroviario fuori dalla stazione. Era apparentemente innocuo: arrivarono gli americani e se la pigliarono con quello. Sembrava che gli aerei si mettessero a sedere e poi TING! I proiettili cascavano, colpivano, rimbalzavano. Forse per divertimento, forse avevano ricevuto una segnalazione: Pisa era un nodo ferroviario importante.

C’è voluto il dopoguerra per ridurla in secondo piano.

Questo racconto è stato ascoltato da me nel Febbraio 2009. Sono memorie del Prof. Antonio Paci, che è stato per molti anni primario della Pediatria dell’Ospedale universitario S. Chiara di Pisa.

Oggi è il 31 Agosto 2015, sono passati 72 anni dal bombardamento a tappeto che gli Alleati fecero su Pisa, che fu il primo ma non l’ultimo, fino al giorno in cui la città fu liberata, nel 2 Settembre del 1944.

*foto del Comune di Pisa
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