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Perché sono qui.

6 Gen

Scrivo perché mi aiuta a riflettere meglio su me stessa.
Perché devo comunicare in qualche modo quel che ho dentro ed è il modo in cui fino ad ora sono riuscita a risolvere questa mia necessità con più soddisfazione. Segue una serie di argomentazioni più approfondite.

Uno. Le persone potranno leggermi in differita, quando non sono presente e il loro giudizio mi arriverà con un filtro. Il segno grafico è lo scudo dietro al quale mi proteggo – tutti abbiamo un po’ timore di ciò che penseranno di noi, non ditemi che esiste qualcuno che è completamente indifferente alla propria immagine esteriore. Mi vedo da dentro, da fuori mi esperisco solo attraverso lo specchio o per riflesso negli occhi degli altri. L’immagine interna che ho di me è uguale a quella esterna?
Ecco: scrivendo vi mostro quel che sono, ma osservatemi con discrezione, quando non sono presente. Una forma di codardia che mi permette comunque di soddisfare il mio lato egocentrico.

Due. Scrivere è impostare una macchina del tempo. In futuro avrò la possibilità di rileggere ciò che ho scritto, per sapere cosa ero in un determinato momento della mia vita, ed evitare di dimenticarlo. Ho un rapporto un po’ particolare con la memoria – ricordo facilmente un sacco di cose del passato, ma sono terrorizzata dall’idea di poterle dimenticare e sapere che sono fissate da qualche parte mi permette di stare più tranquilla o di recuperare sensazioni che potrei aver lasciato sbiadire nel processo della crescita, perché sono convinta che tutta l’esperienza accumulata possa essermi utile – non so se questo derivi da una mentalità aristotelica o da giocatrice di videogames. Per inciso: ho riletto cose scritte nel 2011 e avevo le stesse smanie e mi facevo le stesse domande che mi faccio ora, e non l’avrei mai detto. Wow, non cambio mai.

Tre. I pensieri che ho in testa sono spesso aggrovigliati in un ingorgo che fa pulsare le mie meningi in maniera tanto inopportuna da distrarmi da ciò che dovrei fare – allora occorre che mi fermi e districhi le mie sensazioni in parole scritte.
Ritrarre i miei pensieri in inchiostro mi aiuta ad allenarmi in qualcosa molto diverso dalla mia natura, che prevederebbe di emulare Alessandro Magno nel recidere il nodo di Gordio senza perder tempo, con un netto colpo di spada – extinct by instinct since 333 a.C. Credo di poter buttarmi senza paracadute e costruirmelo in volo mentre sto cadendo – la mia percentuale di successo è stata finora abbastanza alta da farmi cadere in piedi, o almeno così mi dicono le persone a cui racconto le cose – ma!
Ma, a volte, è bene fermarsi a riflettere prima di agire – questo ti porterà onore e gloria – e il modo più affine a me stessa che ho per concedermi un tempo di analisi è, dopo anni di addestramento, scrivendo.

Quattro. In fondo faccio penitenza di autocelebrazione – sono convinta che quanto ho da dire possa essere utile a qualcun altro. Magari riprovare le stesse emozioni che ho provato io è d’aiuto. Sono un po’ espressionista nell’animo – concedetemi una dedizione verso uno stile di scrittura piuttosto che un altro. E credo di saperlo fare con leggerezza tale da rendere la mia scrittura, e la mia esperienza, interessante per gli altri. Questo accade se decido di scrivere non una pagina di diario ma qualcos’altro (un racconto, un articolo, un testo teatrale o qualsiasi altra cosa che non riguardi soltanto me stessa).

Ecco, ho finito. Credo.
In soldoni, scrivere è una necessità, ma ancor prima, il piacere di mostrare me stessa, di mettermi in gioco per quel che sono, di comunicare raggiungendo in potenza il maggior numero di persone possibili, in qualunque momento.

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